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Perché Balibar?, par Toni Negri

venerdì 23 gennaio 2015, di Toni Negri

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A l’occasion de la parution du dossier "Pourquoi Balibar?" dans le n°19 de la revue Raison publique

Etienne ha talmente partecipato alla vita culturale, politica e filosofica degli ultimi cinquant’anni che parlare di lui è parlare di quella storia, è intingersi nell’inchiostro che l’ha scritta. Non perché alla fine la sua presenza (e quella dei suoi compagni) in quella vicenda storica sia stata vincente o abbia mai avuto un risalto egemonico - neppure, tuttavia, all’opposto, è stata marginale o vana, anzi. Il suo è sempre stato un ruolo piazzato al centro, in maniera maggioritaria o minoritaria, poco importa, ma sempre al centro della sinistra. Mai un centro-sinistra: sappiamo che Balibar considera il centrismo come necessità costitutiva del sistema neoliberale e quindi un baratro di stupidità. Ma, appunto, insisto, al centro, nel punto medio della sinistra tutt’intera. Di una sinistra mai compresa in termini parlamentari ma neppure solo extra-parlamentari, di una sinistra mai assunta solo nei suoi partiti, ma sempre anche nei suoi movimenti. Un’altra caratteristica – l’internazionalismo, quello culturale e politico che sempre pongono Etienne al centro della discussione globale; oppure la conversazione critica con le forze della sinistra europea che collocano un Balibar al centro filosofico e militante del terreno, non dell’europeismo ideologico, ma del farsi (e come?) di questa nuova repubblica che vogliamo costruire.

Balibar, muovendosi nel medium di quella sinistra di cui si è detto, è riuscito ad alcune operazioni difficili, in quel mezzo secolo che ha vissuto interamente e intensamente. In primo luogo non è mai caduto nell’estremismo, pur sviluppando posizioni spesso radicalmente antagoniste all’ordine esistente. Lo riconosce chi dell’estremismo ha fatto un’esperienza profonda e lunga ma che avrebbe amato non essergli costretto. L’estremismo è infatti d’obbligo in situazioni dove lo scontro politico è rozzo e la voce della ragione non solo debole ma inaudibile. In secondo luogo Balibar è riuscito a fissare sovente le sue prese di posizione politiche come “contropotenze” all’interno del dibattito pubblico. Attorno a problemi come quello della cittadinanza, fin dalla “Marche des Beurs”, Etienne ha centralizzato la proposta emancipativa. E sull’Europa, è sempre riuscito a porre il problema in maniera adeguata ed a perseverare nella speranza.

Ma non voglio continuare a fare degli esempi e ad elogiare quella capacità politica di collocare le opinioni (non solo sue ma di un ampio insieme di compagni) nel medium di un dibattito aperto (dove l’apertura era pre-condizione) e progettuale (dove il progetto non debordava mai dal tessuto realistico dentro il quale Etienne lo imbastiva) – sempre afferente ai concetti di libertà e di uguaglianza. Dietro tutto questo c’è il Balibar filosofo.

Mi ha sempre colpito il contrasto fra la forza e l’eleganza (dico eleganza non in senso retorico ma come quella che può assumere l’esposizione matematica) dell’Etienne politico, e l’inquietudine del suo rapporto ai filosofi – ai grandi come Marx e Spinoza ma poi a tanti altri fra Wittgenstein e la filosofia contemporanea sui due lati dell’Atlantico, fra moderno e post-moderno, fra classe e genere… Balibar qui non espone ma decostruisce. E sempre ricostruisce. A differenza di molti, anche eccellenti filosofi contemporanei, chez Balibar trovi sempre, quando affronta il pensiero di un filosofo, una disposizione all’incontro che ha le caratteristiche dello scontro. Può tornare mille volte su una questione interpretativa e non cede finché non è riuscito a ricostruire quel concetto, quel procedimento epistemico o etico. Non si chiuderà il discorso su insuperabili segni di difficoltà nell’incontro-scontro? In effetti senti che l’inquietudine neppure allora si è placata. Inquietudine ma, per non creare equivoci, un’inquietudine forte: non c’è scetticismo epistemologico né propensione interpretativa a privilegiare l’evento aleatorio o ad una incerta, debole consistenza della lettura – c’è sempre, di contro, l’urgenza della ricostruzione.

Ripensando l’insieme: Balibar sembra, in politica, aver pacificato quell’inquieta passione che lo agita filosoficamente. Si badi bene: non è certo qualcuno che privilegia la politica alla filosofia – o viceversa – con quell’atteggiamento che fa della filosofia l’orpello retorico della politica o della politica la pratica cinica di una verità irresoluta. No – Balibar sembra piuttosto trovare nella politica una “cesura fenomenologica” – epistemologica ed etica – a partire dalla quale è possibile agire, laddove la filosofia continuerà indefinitamente nella sua ricerca della verità. Ed è qui dove si tiene aperto questo paradosso che Balibar riesce a costruire “contropotere” culturale, spesso efficacemente.

Infine, Etienne è un grande professore. Curioso, instancabile, attento, insegna a muoversi sul cammino della ricerca della verità come compito infinito – ma con preoccupazione per tutti e ciascuno. A contatto della singolarità deve riuscire l’insegnamento. Continuando a sviluppare il paradosso precedente mi chiedo allora se ci sarà qualcuno, uno o molti, fra gli allievi, capaci di trasferire l’ansia di una ricerca mai conclusa nell’arte della decisione politica. Me lo auguro. Sarebbe bello vedere allievi che mantenendo il dubbio della verità sappiano agire politicamente – con quella capacità di essere al centro di ogni moltitudine che voglia cambiare questo mondo.

È finito il tempo della sconfitta, della caduta delle illusioni, dell’esaurirsi dell’impazienza in situazioni paradossali. Siamo troppo vecchi per esprimere un desiderio di rivoluzione? Forse sì, perché saremmo impossibilitati a portarne la responsabilità – felice o infelice che sia. Ma ciò non toglie che un auspicio, un fanciullo che emerge dalle tenebre, qualcosa che risolva quella sintesi politica nella quale un tempo sperammo: questo deve venire.

Perché, e questo è l’ultimo punto, questa vicenda di Balibar è tutta vissuta all’interno del desiderio comunista e della sua crisi. Mi sono trovato spesso a lamentare che Etienne fosse più attento alla crisi che sollecito del desiderio. Ma il comunismo, quando lo vogliamo, esige oggi di essere realisticamente pensato. Un tempo si sarebbe detto come tattica e come strategia. E poiché oggi manca qualsiasi riferimento, qualsiasi pensiero, qualsiasi forza che rappresenti la strategia, diciamocelo chiaro, e cioè con inquietudine filosofica: la strategia sta immediatamente nella protesta, nell’indignazione, nella rivolta ed in ogni luogo sul quale si nutrono tensioni di trasformazione radicale – mentre la tattica bisogna applicarla per identificare prospettive di emancipazione, per costruire diritto alternativo al presente, e quindi per trovare realisticamente un punto sul quale sia possibile praticare l’obiettivo.

Grazie per il tuo realismo, Etienne: privilegiando il medium politico ci insegni a costruire l’unica tattica che oggi c’interessa, a seguire i movimenti che insorgono, l’uno dopo l’altro, costruendosi e costruendo talora l’uno sull’altro – e noi attenti ai clivages di una gravità distruttiva che talora li percorre e più spesso ancora li fa cedere l’uno sull’altro. E noi attenti alla valorizzazione ontologica che dentro a queste vicende comunque la cupiditas costruisce - chi può dire fin quando, fin dove! Grazie per tenerci nel medium della realtà e della speranza.

di Toni Negri

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